28/02/2008, ore 08:01
postato da shifrapua in crashP.link

Crash
David Cronenberg, Canada 1996.
 

L’interno e l’esterno sono la medesima cosa, sono l’immagine e il riflesso dell’immagine, ma non sono ancora quell’unità che è la conoscenza.

(H. Bloch, La morte di Virgilio)
 

Il Novecento ha celebrato, e continua a celebrare, un erotismo atroce e morboso in cui nessuno accetta di riconoscersi, ma che non cessa di incatenare il nostro sguardo.

Crash parte da questa considerazione per un viaggio a senso unico nell’alternanza delle luci abbaglianti e degli strati di buio dell’inconscio dell’essere umano contemporaneo. Il film è zeppo di rituali di seduzione, delegati alla simbologia sessuale classica degli oggetti quotidiani, ai gesti erotizzanti dei personaggi, alle profferte sessuali continuamente evidenziate, al voyeurismo semplice, reduplicato… calati in un microcosmo costantemente decentrato, dove sono gli istinti a condurre e – in ultima istanza – a vincere[1].

Cronenberg-Ballard sembrano aver preso sul serio le parole di A. Pieyre de Mandiargues che definiscono l’erotismo come una illuminazione appassionata del sesso umano nei suoi giochi voluttuosi o drammatici, fin nelle sue più recondite esasperazioni e anomalie, e come cornice di questa catalogo di illustrazioni hanno optato per un’immaginazione ossessionata dal disastro. Crash dice infatti tutto quanto c’è da dire sul sesso e sulle implicazioni del sesso fra gli esseri umani, superando ogni inibizione e conquistando un espressionismo senza mezzi termini.

Se, in senso generale, si può affermare che le opere di finzione hanno a che fare con la sostanza etica della vita, ciò appare qui particolarmente rilevante, in quanto Crash si dimostra subito carico di una densità insospettabile (perché molto sottile[2]), che fa più pensare a un’indagine, più che a un’opera di intrattenimento, seppure d’autore.

In questo senso Crash, ponendosi nell’ottica che soltanto la conoscenza degli estremi può favorire la nascita di un eventuale umanesimo, svela – nel suo percorso inesorabile perché logicamente consequenziale - la forza distruttiva dell’erotismo incontrollato, e il potere totale di alienazione che tale messaggio dimostra intrinsecamente di possedere. 

Crash è un manuale illustrato di autodistruzione sessuale, permeato teleologicamente al raggiungimento di un orgasmo “assoluto”, ossia libero da qualsiasi altra finalità e coinvolgimento[3]. Ed è proprio questa ricerca continuamente reiterata nel film, che crea l’effetto disturbante che molta critica non ha lesinato a mettere in luce, stigmatizzando frettolosamente l’intera operazione cronenberghiana. In tal senso la figura più misteriosa, più incomprensibile perché volutamente priva di nessi, è Vaughan.

Vaughan rappresenta, emblematicamente, la (non)storia di un organismo sessuale che si sviluppa fino ad un livello di magnitudo del quale esso stesso soffre, dove la discontinuità (ossia l’assenza di un scopo esistenziale) è il concetto operativo della suo vivere.

Film estremamente glaciale nella sua asettica messa in scena, Crash si insedia nella mente come un cancro, anche attraverso una fotografia impostata sul blu, attraverso carrellate vertiginosamente curate… dove il controllo del materiale visivo, di ciò che insomma arriva all’occhio dello spettatore, è pressoché totale e superbo: non ho mai trovato sullo schermo nulla di così somigliante alla morte, di così ostinatamente allusivo, fino in ogni sua piega, all’idea di morte. Questo è stato ottenuto anche tramite la colonna sonora “metallica” di H. Shore, che contribuisce in maniera determinante allo stato d’animo globale che il film crea. Ciò è rintracciabile esplicitamente in molti passaggi interni dell’opera, quando cioè è esclusivamente la musica che lega immagini cronologicamente e/o spazialmente non imparentate (cfr. il rapporto sessuale fra Ballard e la dott. Remington all’aeroporto, in pieno giorno, e subito dopo fra lo stesso e la moglie Catherine nel proprio appartamento, di notte: solo la musica può permettere uno stacco del genere senza far nascere dubbi della liceità di tale montaggio da parte dello spettatore).

“Manuale illustrato”, dicevo poco sopra, nel senso che poiché “l’autoestraniazione (dell’umanità) ha raggiunto un grado che le permette di vivere il proprio annientamento come un godimento estetico di primo grado[4]”, Crash – disponendo di questo occhio che scruta se stesso tramite una parvenza fintamente (ma è necessaria questa finzione, in quanto ipoteca il processo stesso) oggettiva[5] - può demandare l’intera propria riflessione alle immagini e a (quasi) null’altro che ad esse. Costante è, infatti, il richiamo del film sull’immagine (Ballard è un regista di spot pubblicitari, Vaughan immortala gli incidenti tramite immagini fotografiche… ), e non ultimo anche spunti di riflessione sull’immagine archetipo, il tatuaggio ossia - alla radice - l’ambivalenza del corpo di “dire” e di “non voler dire”: corpo come unico sistema che può parlare del senso assoluto in quanto in-sensato. Ed è probabilmente questo il punto chiave dell’erotismo, il quale inscrive il senso ultimo della vita in un carniere di segni semiologicamente onnipotente perché infinito.

Crash è un’interrogazione: a volte, nell’improbabilità di trovare la risposta[6], non rimane altro da fare che conoscere meglio la domanda.

Se disposti, un’autentica esperienza emotiva devastante.



[1] Per stessa ammissione del regista c’è sicuramente un’influenza delle teorie sessuali freudiane nel film (sarebbe interessante stabilire quanto dipendano da Cronenberg e quanto da Ballard, dato che non si può negare l’influsso freudiano nel romanzo che – ricordo – precede la riduzione cinematografica). Qui, adesso, potrebbe aprirsi una nota quasi infinita sul mio rapporto con l’opera di Freud, in quanto il sottoscritto non pensa affatto di elaborare questo approfondimento da un punto di vista freudiano, psicanalitico o come diavolo gli adepti della psicanalisi vogliano chiamarlo. Reputo Freud un buon romanziere, e nulla di più. E la psicanalisi un’accozzaglia di idee che starebbero meglio in un fantasy piuttosto che venire spacciate come “terapie”. Non voglio naturalmente iniziare qui una critica, però qualche lettore del mio blog potrebbe essere della sponda freudiana e, secondo “potrebbe”, voler sapere il perché di questo mio astio personale. Per tali individui interessati posso solo vivamente consigliare la lettura di alcuni saggi: F. Cioffi, Freud and the Questions of Pseudoscience dove si “tenta” una epistemologia della psicanalisi freudiana, J. Van Rillaer, Les illusions de la psychanlyse, dove viene smontato pezzo per pezzo il paradigma freudiano. Al fanatico che invece potrebbe rivendicare l’influenza di Freud su pressoché ogni opera riguardo l’essere umano dal punto di vista antropologico-umanistico, consiglio la lettura dell’esemplare Masse und Macht (1938) di E. Canetti, dove non viene mai citato Freud, il transfert, l’elaborazione del lutto, l’inconscio, il complesso di Edipo, Elettra e amici vari. Chiedo scusa a chi è arrivato a leggere fino a qui ed era solo interessato a Crash. Mea culpa, anzi Freud culpa…

[2] E sotterranea, direi. Conosco personalmente molta gente che non è riuscita a terminare la visione del film in quanto reputato “inaccettabile”, “ostentatamente perverso”, “fine a se stesso” etc. In questa linea si colloca anche la critica seguita all’uscita del film (4-10-1996) in Italia, dove – da ciò che ancora oggi si può trovare in Internet – sembra di essere alle prese con un nuovo Ultimo tango a Parigi, senza però un presunto valore artistico (e il film – paradossalmente - era già stato a Venezia dove aveva vinto un premio “speciale” – ossia confezionato appositamente per il film - della giuria, quello per l’audacia, la capacità di osare e l’originalità).

[3] “In un certo senso, la pornografia è la forma narrativa a più alto contenuto politico, perché tratta, nella più insistita e crudele delle forme, del nostro reciproco sfruttamento.” (J. G. Ballard, Postfazione a Crash, corsivo mio).

[4]W. Benjamin, corsivo mio.

[5] Impossibile non pensare all’insostenibile Oh, uomo (2004)di Gianikian-Lucchi, dove – in particolare - c’è un intervento chirurgico ad un occhio: mai si era vista al cinema un’immagine di tale drammaticità e turbamento per lo spettatore, (…) gli strumenti asportano brandelli di materia vivente e quell’occhio in realtà non è più l’oggetto del vedere, ma una cavità da cui fuoriescono carne e sangue, pezzi informi di sostanza umana. (…) La scena dà il senso dell’offesa e insieme della messa nudo dell’ipocrisia. (A. Signorelli, Cineforum 436, p. 38).

[6] Ed è questo il caso, in quanto l’erotismo – inteso come atteggiamento che privilegia le forme della vita sessuale in modo da proporle come valori assoluti - non volendo trascendere la propria originaria fede nella “differenza” sessuale uomo-donna, non può che narcisisticamente riflettere/si su se stesso (senza riuscire mai a violare i propri confini “espressivi”). È così creato un circolo vizioso.