26/09/2005, ore 14:19
postato da shifrapua in collateralP.link

Collateral
M. Mann, USA 2004


La scena in discoteca del filmUn killer per cinque vittime. Una tassista, pignolo e sognatore, coinvolto suo malgrado.

Los Angeles, il grande cancro fumoso, la grande città rarefatta, sullo sfondo di un cielo quasi arancio che la rende diafana e muta. Inquadrature che si susseguono per luoghi urbani sconfinati, dove ad un certo punto si crede che la città finisce, e dove invece ricomincia, nemica, ricomincia per migliaia di volte.
C'è una componente ormai tipica del regista (peraltro inavvertibile dallo spettatore italiano) nel dislocare precisamente i locali, le strade, superstrade sul quale transitano i suoi personaggi (guardate il film e ascoltate quante volte si nominano i luoghi)… che forse propende non solo per una morbosa verosimiglianza di ogni elemento filmico, ma anche si metaforizza come sostrato-sostanza del destino come già tracciato verso una meta che non aspetta altro che essere raggiunta. C'è come una sorta di determinismo che pesa su entrambi i protagonisti: è Max-tassista che richiama Vincent-cliente, e gli dice di essere libero. E, più tardi, sarà Vince a ribadire a Max: "Consolati, sappi che non hai mai avuto scelta". È proprio (stato) così? Nell'oscurità, le parole pesano il doppio…
Dalla prima all'ultima scena, Mann ci dice che i giorni vengono distinti fra loro, ma la notte ha un unico valore. In modo assoluto.
Veramente, come direbbe J. Rivette, ogni inquadratura di questo film possiede la bellezza efficace di una nuca o di una caviglia. Ma la sola "efficacia" non basta… a riempire una vita: Vincent e Max sono entrambi notevoli sotto l'aspetto qualitativo del proprio operato (il primo è una macchina di morte perfetta, il secondo ha il taxi più pulito di tutta Los Angeles è può permettersi di scommettere sul tempo riguardo i tragitti dei propri clienti). Ma solo Max sogna… e infatti se ne rende conto quasi verso il finale, prima di deragliare (volutamente) con l'automobile: lì si accorge che Vincent non è che uno sfigato, perché per Max non esiste nulla di più misero di quando una persona non sa come sia il suo rapporto con gli altri. Ci sono certi dialoghi fra i due in cui, sottilmente, pare che Vincent tenti di vendergli alcune sue mercanzie psicologiche come la morte prematura della madre, la rottura affettiva con il padre. E più i due parlano, più Max si accorge della (vacua) consistenza ontologica della visione del mondo da parte di Vincent. E infatti noi spettatori ci chiediamo: "Ma che razza di rapporti ha Vince? Come è impostata la grammatica della sua comunicazione?". Se da questo punto di vista Vincent è carente, da un altro ci appare un uomo straordinario: non dà mai tregua. A niente e nessuno, perché ha scelto la forza (guardate come si fa strada in discoteca), la lotta come criterio esistenziale.
Un film è visivamente perfetto. E la perfezione… è un forte messaggio.

commenti (6)
Commenti
#1    26 Settembre 2005 - 14:25
 
Gran film anche se, come hai sempre detto, manca il "senso di epopea" di Heat. Una notte VERA come quella di Collateral non l'avevo mai vista al cinema!
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#2    11 Ottobre 2005 - 20:01
 
grande film e grande recensione.

mick
utente anonimo

#3    12 Ottobre 2005 - 07:22
 
Grazie, ma il merito va in primis a Mann.

Naturalmente.
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#4    05 Maggio 2006 - 22:06
 
potresti pubblicare il bellissimo monologo che vincent fa verso la fine del film?
utente anonimo

#5    13 Marzo 2007 - 07:10
 
Anche questo film mi è piaciuto abbastanza anche se dai pochi che ho visto ritengo che il migliore di Mann sia The insider.
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#6    15 Settembre 2007 - 11:54
 
Mi piace moltissimo Mann e credo che con Collateral abbia raggiunto la vetta più alta di tutte. Rimasi immediatamente folgorata dalla pellicola: gli attori, la colonna sonora, le atmosfere, la sceneggiatura! Tutto mi colpì talmente tanto da spingermi a vedere il film otto volte di seguito. Lo so lo so, non sono normale ^_-
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