07/01/2008, ore 22:59
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Tokyo Fist,
Shinya Tsukamoto, Jap. 1995


(Dal mio punto di vista amare il cinema significa amare il corpo, la sua rappresentazione, gli abissi affettivi e amari della vita).

     Davanti a Tokyo Fist, nel corso delle canoniche tre visioni, mi sono perso intere giornate nei pensieri che la pellicola mi ha suscitato, e ne sono uscito (se ne sono veramente uscito…) come bastonato.

     Se ogni estetica, ogni discorso critico e ermeneutico, è un tentativo di far luce sul paradosso, sull’opacità dell’incontro con l’altro e sui suoi momenti di grazia, Tokyo Fist nega decisamente l’ipotesi di salvezza della grazia e zooma – con una crudeltà inaudita, ma tutt’altro che antirealistica – su quella opacità contemporanea che sta riscrivendo le dinamiche delle relazioni-lotte tra i sessi, nella solitudine delle città.

     Se in Tetsuo (1989) Tsukamoto alterava l’ontologia della presenza dell’altro (corpo meccanico, corpo che genera repulsione perché alieno) per farne vera distanza-assenza, ora in Tokyo Fist colloca - nel cuore ormai vacuo della consapevolezza precedentemente acquisita – le immagini frammentate di altri individui esposti a rituali di annientamento e annullamento masochistici.

     E il modo stesso di raccontare - grazie all’uso sistematico di un montaggio simbolico che continua a scartare di lato l’aristotelica causa-effetto – s’inscrive perfettamente nel flusso dis-orientato e disturbato dei protagonisti. La discontinuità, in Tsukamoto, è il concetto operativo del film, la regola stessa della messinscena. Gli stessi contesti narrativi (panorami e bassifondi urbani, stanze, appartamenti, ring) rendono pressoché inevitabile, nello spettatore, una sensazione di disagio: una città iperrealista, un nudo significante senza significato, un’apparizione dolorosa di luoghi talmente trascendenti dalla quotidianità da raggiungere la consistenza estranea del mondo.

     Nel contesto della consapevolezza occidentale, ogni decostruzione coerente di ciò che costituisce l’humus dell’individualità del locutore umano è, sempre anche se a latere, una negazione della possibilità teologica, cioè un rifiuto della bontà del creato. Per dirla con Schopenhauer: (…) è la rivelazione dell’idea che il mondo, la vita, sono incapaci di procurarci alcuna vera soddisfazione e sono quindi indegni del nostro attaccamento; e questa è l’essenza dello spirito tragico; dunque è il cammino della rassegnazione.

     Il risultato finale di Tokyo Fist è la rappresentazione di una anti-realtà parodistica (c’è, qua e là, dell’evidente ironia), ma soprattutto nichilistica che sovverte radicalmente l’ordine (umano, civile,…) e la creazione.

     Nella vita la relazionalità è la dimensione sine qua non. L’uomo vive nelle relazioni ma Tsukamoto ci ricorda (se per caso ce ne fossimo dimenticati) che le più terribili sofferenze sono proprio sperimentate nelle relazioni. L’amore stesso diventa un incontro di boxe, e farsi pestare nei bassifondi dalla propria ex-fidanzata diventa – almeno per me – una delle esperienze emotive più devastanti che io abbia sperimentato davanti a un film (anche perché tale pestaggio è mosso, paradossalmente, da quell’amore fra i due protagonisti, amore che non ha avuto la benché minima tendenza a decantarsi neppure dopo la presa di coscienza del palese tradimento della ragazza): qui ferirsi è un momento radicale, il momento più carico di tensione e il meno distante da un corpo all’altro.

     Le ossessioni della carne, ciò che Sade definiva giustamente delicatesse, sono qui capovolte in una asprezza e ruvidezza talmente esasperate da risultare quasi palpabili. La stessa ossessione della protagonista per il piercing e affini, si carica di un senso che tormenta e che chiede al corpo – l’unico sistema che può parlare del senso assoluto in quanto in-sensato – il significato ultimo della vita in un carniere di segni semanticamente onnipotente (posso tatuarmi qualsiasi figura sul corpo, qualsiasi linguaggio).

     Nell’esposizione di corpi che ormai non sono altro che memoria di ematomi, contusioni e cicatrici allucinanti le relazioni di potere fra i protagonisti non sono (mai) in posizione di esteriorità nei confronti di altri tipi di rapporti (es: relazioni sessuali), ma sono loro immanenti, effetti immediati delle divisioni, delle ineguaglianze, e dei disequilibri che vi si producono, e sono reciprocamente le condizioni interne di queste differenziazioni. Tutto il discorso che Tokyo Fist sorregge è quello dell’infelicità: dell’essere corpo in primis, e del desiderare (altri) corpi… da amare, ma anche da picchiare.

     Tokyo Fist è (un film sul) godimento disperato, un’eloquenza strangolata dalla sua stessa ossessione. Ogni pugno, ogni contatto ad “alta velocità” è giustificato, poiché qualsiasi esperienza profonda si esprime in termini di fisiologia.

     Un’epopea del sangue e delle contusioni, una lirica azzardata di un sogno di felicità impossibile: non si trova altro perimetro che la desolazione interiore, alias uno sguardo che non trova il rimando. Occhio per occhio, infatti, diventiamo tutti ciechi.
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