04/04/2007, ore 17:13
postato da shifrapua in blueP.link

Blue
Derek Jarman, GB 1993


BLUEAvvertenze: In sé Blue è un’esperienza ineffabile su cui – secondo me - è impossibile prendere e confrontare appunti. Non c’è molto da dire quando un film contiene un’intera filosofia. Ciò che segue sono dunque impressioni, mere impressioni senza collante… sulla falsariga (strutturale) del film.

Fra parentesi e in corsivo ci sono frasi testuali tolte dal film, punteggiatura mia.

Il blu è sempre stato considerato è il colore della trascendenza e delle forze celesti. Gengis Khan si dice fosse figlio di una cerca e di un lupo blu.
 
Il potere emotivo di Blue è straordinario, non solo per l’interesse implicito delle cose raccontate (ricordi borderline del regista, fughe, avventure, omossessualità trasfigurata…) ma per il carattere propriamente suo, la sua maniera di narrare costantemente condizionata dal blu: criterio base della mutazione segnica che il film mette in atto (un film non-film, almeno visivamente), il blu è al tempo stesso il limite di tolleranza visiva e psicologica dello spettatore. 
 
(il blu si stira, sbadiglia ed è sveglio…)

 
In un senso generale, la ricerca della trascendenza è il tentativo di comprendere il mondo materiale senza essere subordinati ai suoi dettami. Mi sembra che Jarman si sia mosso in questa direzione, nel pensare e realizzare il suo ultimo film. Dal film tradizionale è passato all’antifilm: al film rovesciato che nega l’immagine per costruirsi su parole e suoni. È bastato quest’unico passo (negare l’immagine all’arte per antonomasia dell’immagine) per fare di Blue l’ammissione estrema ed esplicita della morte [1].

(nel pandemonio dell’immagine vi offro il blu universale… blu, una porta aperta sull’anima, una possibilità infinita che diventa tangibile)

La superficie monocroma di Yves Klein dispone il fruitore a percepire la realtà secondo un dato colore, a “vivere in blu” in questo caso. Jarman parte da un’idea pittorica, cioè un’arte che fissa il momento, per tradurla nel cinema che, in quei 24 fotogrammi al secondo, stabilisce un relazione con il tempo. La ripetibilità del colore sullo schermo è sempre fissa, per 76 minuti, ma legandosi al suono e alle parole si determina una diversa accentuazione del blu nella medesima serie di parole-colore e, conseguentemente, una mutazione di senso nelle serie successive. Da questo momento in poi il blu non è più solo la cifra stilistica del film: è, soprattutto, la sua ermeneutica.


Ciò può sembrare una grave limitazione, ma di fatto riflette il rifiuto di arrendersi al culto dell’immagine, la volontà di partecipare alla realtà seguendo altre vie estranee alla cultura dominante.


Con un linguaggio ridotto a comunicazione (ciclo produzione-consumo, cioè linguaggio come glossa di slogan) nessuna parola può avere senso se non inserita entro l’ambito della necessità, per cui diventa inconcepibile l’espressione autonoma di un sentimento senza compenso. Blue annulla la necessità, s’inscrive nella fattualità gratuita e offre un ripensamento poetico riguardo alle datità esistenziali (il mondo, l’io, gli altri). E la cosa più sconvolgente è che Jarman parla con l’intraprendente disinvoltura di chi non si sente in cattedra né si vergogna di non avere soluzioni da vendere.

(benchè tu sappia che il tuo compito consiste nel riempire la pagina vuota, dal profondo del tuo cuore, prega di essere liberato dall’immagine)

Dopo certe notti – scrisse Cioran – si dovrebbe cambiare nome, dato che non si è nemmeno più gli stessi. Aggiungo alle “certe notti” anche “certi film”.


Non serve una particolare predisposizione per uscire dal film con domande (a se stessi) del tipo: “Hai la consapevolezza di aver ben interpretato la commedia della vita, e di aver creato dal caos un ordine non esaltante… ma almeno duraturo e possente?”.


Ogni istante di questa pellicola è frutto di una misteriosa miscela di fuggitivo e definitivo. Forse perché si relaziona alla segreta memoria dell’oblio di ogni spettatore, cioè la variabile nascosta della nostra psicologia – perché diffonde nella nostra mente alcuni determinismi invisibili e agisce sulla materia della nostra identità, parlando di noi stessi a nostra insaputa.


La conclamata evanescenza del reale viene sublimata ricorrendo ad una forma di intemporalità (la paralisi del blu) in grado di spiegarla senza aggettivazione superflua – e dunque nella sua essenzialità. Vedere Blue significa masticare tempo puro.

Jarman non prova odio: parla parole piene di puntuale amore per la vita. Il suo discorrere sfugge alle inquietudini, alle fluttuazioni della fiducia e del timore: non gli è (stato) necessario sperare per intraprendere Blue. Jarman ha colorato l’effimero.


Quando morire equivale a creare un nuovo linguaggio.




NOTE

[1] Anche quest’ultima in senso generale: non parlo (solo) di morte del “cinema”, non (solo) di quella fisica del regista a causa dell’AIDS, non (solo) di…