L’interno e l’esterno sono la medesima cosa, sono l’immagine e il riflesso dell’immagine, ma non sono ancora quell’unità che è la conoscenza.
Il Novecento ha celebrato, e continua a celebrare, un erotismo atroce e morboso in cui nessuno accetta di riconoscersi, ma che non cessa di incatenare il nostro sguardo.
Crash parte da questa considerazione per un viaggio a senso unico nell’alternanza delle luci abbaglianti e degli strati di buio dell’inconscio dell’essere umano contemporaneo. Il film è zeppo di rituali di seduzione, delegati alla simbologia sessuale classica degli oggetti quotidiani, ai gesti erotizzanti dei personaggi, alle profferte sessuali continuamente evidenziate, al voyeurismo semplice, reduplicato… calati in un microcosmo costantemente decentrato, dove sono gli istinti a condurre e – in ultima istanza – a vincere[1].
Cronenberg-Ballard sembrano aver preso sul serio le parole di A. Pieyre de Mandiargues che definiscono l’erotismo come una illuminazione appassionata del sesso umano nei suoi giochi voluttuosi o drammatici, fin nelle sue più recondite esasperazioni e anomalie, e come cornice di questa catalogo di illustrazioni hanno optato per un’immaginazione ossessionata dal disastro. Crash dice infatti tutto quanto c’è da dire sul sesso e sulle implicazioni del sesso fra gli esseri umani, superando ogni inibizione e conquistando un espressionismo senza mezzi termini.
Se, in senso generale, si può affermare che le opere di finzione hanno a che fare con la sostanza etica della vita, ciò appare qui particolarmente rilevante, in quanto Crash si dimostra subito carico di una densità insospettabile (perché molto sottile[2]), che fa più pensare a un’indagine, più che a un’opera di intrattenimento, seppure d’autore.
In questo senso Crash, ponendosi nell’ottica che soltanto la conoscenza degli estremi può favorire la nascita di un eventuale umanesimo, svela – nel suo percorso inesorabile perché logicamente consequenziale - la forza distruttiva dell’erotismo incontrollato, e il potere totale di alienazione che tale messaggio dimostra intrinsecamente di possedere.
Crash è un manuale illustrato di autodistruzione sessuale, permeato teleologicamente al raggiungimento di un orgasmo “assoluto”, ossia libero da qualsiasi altra finalità e coinvolgimento[3]. Ed è proprio questa ricerca continuamente reiterata nel film, che crea l’effetto disturbante che molta critica non ha lesinato a mettere in luce, stigmatizzando frettolosamente l’intera operazione cronenberghiana. In tal senso la figura più misteriosa, più incomprensibile perché volutamente priva di nessi, è Vaughan.
Vaughan rappresenta, emblematicamente, la (non)storia di un organismo sessuale che si sviluppa fino ad un livello di magnitudo del quale esso stesso soffre, dove la discontinuità (ossia l’assenza di un scopo esistenziale) è il concetto operativo della suo vivere.

Film estremamente glaciale nella sua asettica messa in scena, Crash si insedia nella mente come un cancro, anche attraverso una fotografia impostata sul blu, attraverso carrellate vertiginosamente curate… dove il controllo del materiale visivo, di ciò che insomma arriva all’occhio dello spettatore, è pressoché totale e superbo: non ho mai trovato sullo schermo nulla di così somigliante alla morte, di così ostinatamente allusivo, fino in ogni sua piega, all’idea di morte. Questo è stato ottenuto anche tramite la colonna sonora “metallica” di H. Shore, che contribuisce in maniera determinante allo stato d’animo globale che il film crea. Ciò è rintracciabile esplicitamente in molti passaggi interni dell’opera, quando cioè è esclusivamente la musica che lega immagini cronologicamente e/o spazialmente non imparentate (cfr. il rapporto sessuale fra Ballard e la dott. Remington all’aeroporto, in pieno giorno, e subito dopo fra lo stesso e la moglie Catherine nel proprio appartamento, di notte: solo la musica può permettere uno stacco del genere senza far nascere dubbi della liceità di tale montaggio da parte dello spettatore).
“Manuale illustrato”, dicevo poco sopra, nel senso che poiché “l’autoestraniazione (dell’umanità) ha raggiunto un grado che le permette di vivere il proprio annientamento come un godimento estetico di primo grado[4]”, Crash – disponendo di questo occhio che scruta se stesso tramite una parvenza fintamente (ma è necessaria questa finzione, in quanto ipoteca il processo stesso) oggettiva[5] - può demandare l’intera propria riflessione alle immagini e a (quasi) null’altro che ad esse. Costante è, infatti, il richiamo del film sull’immagine (Ballard è un regista di spot pubblicitari, Vaughan immortala gli incidenti tramite immagini fotografiche… ), e non ultimo anche spunti di riflessione sull’immagine archetipo, il tatuaggio ossia - alla radice - l’ambivalenza del corpo di “dire” e di “non voler dire”: corpo come unico sistema che può parlare del senso assoluto in quanto in-sensato. Ed è probabilmente questo il punto chiave dell’erotismo, il quale inscrive il senso ultimo della vita in un carniere di segni semiologicamente onnipotente perché infinito.
Crash è un’interrogazione: a volte, nell’improbabilità di trovare la risposta[6], non rimane altro da fare che conoscere meglio la domanda.
Se disposti, un’autentica esperienza emotiva devastante.
[1] Per stessa ammissione del regista c’è sicuramente un’influenza delle teorie sessuali freudiane nel film (sarebbe interessante stabilire quanto dipendano da Cronenberg e quanto da Ballard, dato che non si può negare l’influsso freudiano nel romanzo che – ricordo – precede la riduzione cinematografica). Qui, adesso, potrebbe aprirsi una nota quasi infinita sul mio rapporto con l’opera di Freud, in quanto il sottoscritto non pensa affatto di elaborare questo approfondimento da un punto di vista freudiano, psicanalitico o come diavolo gli adepti della psicanalisi vogliano chiamarlo. Reputo Freud un buon romanziere, e nulla di più. E la psicanalisi un’accozzaglia di idee che starebbero meglio in un fantasy piuttosto che venire spacciate come “terapie”. Non voglio naturalmente iniziare qui una critica, però qualche lettore del mio blog potrebbe essere della sponda freudiana e, secondo “potrebbe”, voler sapere il perché di questo mio astio personale. Per tali individui interessati posso solo vivamente consigliare la lettura di alcuni saggi: F. Cioffi, Freud and the Questions of Pseudoscience dove si “tenta” una epistemologia della psicanalisi freudiana, J. Van Rillaer, Les illusions de la psychanlyse, dove viene smontato pezzo per pezzo il paradigma freudiano. Al fanatico che invece potrebbe rivendicare l’influenza di Freud su pressoché ogni opera riguardo l’essere umano dal punto di vista antropologico-umanistico, consiglio la lettura dell’esemplare Masse und Macht (1938) di E. Canetti, dove non viene mai citato Freud, il transfert, l’elaborazione del lutto, l’inconscio, il complesso di Edipo, Elettra e amici vari. Chiedo scusa a chi è arrivato a leggere fino a qui ed era solo interessato a Crash. Mea culpa, anzi Freud culpa…
[2] E sotterranea, direi. Conosco personalmente molta gente che non è riuscita a terminare la visione del film in quanto reputato “inaccettabile”, “ostentatamente perverso”, “fine a se stesso” etc. In questa linea si colloca anche la critica seguita all’uscita del film (4-10-1996) in Italia, dove – da ciò che ancora oggi si può trovare in Internet – sembra di essere alle prese con un nuovo Ultimo tango a Parigi, senza però un presunto valore artistico (e il film – paradossalmente - era già stato a Venezia dove aveva vinto un premio “speciale” – ossia confezionato appositamente per il film - della giuria, quello per l’audacia, la capacità di osare e l’originalità).
[3] “In un certo senso, la pornografia è la forma narrativa a più alto contenuto politico, perché tratta, nella più insistita e crudele delle forme, del nostro reciproco sfruttamento.” (J. G. Ballard, Postfazione a Crash, corsivo mio).
[5] Impossibile non pensare all’insostenibile Oh, uomo (2004)di Gianikian-Lucchi, dove – in particolare - c’è un intervento chirurgico ad un occhio: mai si era vista al cinema un’immagine di tale drammaticità e turbamento per lo spettatore, (…) gli strumenti asportano brandelli di materia vivente e quell’occhio in realtà non è più l’oggetto del vedere, ma una cavità da cui fuoriescono carne e sangue, pezzi informi di sostanza umana. (…) La scena dà il senso dell’offesa e insieme della messa nudo dell’ipocrisia. (A. Signorelli, Cineforum 436, p. 38).
[6] Ed è questo il caso, in quanto l’erotismo – inteso come atteggiamento che privilegia le forme della vita sessuale in modo da proporle come valori assoluti - non volendo trascendere la propria originaria fede nella “differenza” sessuale uomo-donna, non può che narcisisticamente riflettere/si su se stesso (senza riuscire mai a violare i propri confini “espressivi”). È così creato un circolo vizioso.
(Dal mio punto di vista amare il cinema significa amare il corpo, la sua rappresentazione, gli abissi affettivi e amari della vita).
altri tipi di rapporti (es: relazioni sessuali), ma sono loro immanenti, effetti immediati delle divisioni, delle ineguaglianze, e dei disequilibri che vi si producono, e sono reciprocamente le condizioni interne di queste differenziazioni. Tutto il discorso che Tokyo Fist sorregge è quello dell’infelicità: dell’essere corpo in primis, e del desiderare (altri) corpi… da amare, ma anche da picchiare. Blue
Derek Jarman, GB 1993
Avvertenze: In sé Blue è un’esperienza ineffabile su cui – secondo me - è impossibile prendere e confrontare appunti. Non c’è molto da dire quando un film contiene un’intera filosofia. Ciò che segue sono dunque impressioni, mere impressioni senza collante… sulla falsariga (strutturale) del film.
Fra parentesi e in corsivo ci sono frasi testuali tolte dal film, punteggiatura mia.
La ricerca della linearità non è mai stata in cima alle priorità di David Lynch. Di ciò i detrattori se ne sono serviti sempre a larghe spese. Quasi tre ore di film per una non-storia sono troppe per spettatori che cercano il logos anche al cinema (e, in una delle 26 sale in cui è stato distribuita la pellicola, c’era un buon gruppo di questi adepti della ratio) [1].
naturalmente, fabbrica ortodossa di finzioni (perché politicamente corrette) da dover applicare alla realtà. L’atto d’accusa di INLAND sfonda anche nel sociologico (anche l’arte più astratta ha un’accezione politica. Sempre.). Persino quando ci sono dialoghi (che i raziospettatori sperano aventi almeno un minimo valore euristico, che cioè siano in grado di farci capire un qualcosa della storia) ci accorgiamo che il film non si sbottona per niente. C’è solo una parvenza della verità, nulla di più. Per Lynch le parole e la sintassi dell’uomo sono disperatamente inadeguate rispetto alla sostanza refrattaria, alla materia esistenziale del mondo e delle nostre vite interiori (d’altronde – come direi ad una mia carissima amica – INLAND è un film d’amore). Silenzio quindi perché la parola nel dire tace qualcosa, silenzio anche per un eccesso, per l’eccesso di tutto ciò che al momento si vede e si sente, e che non si riuscirebbe ad esprimere. Autismo per onestà. Ritroviamo in INLAND l’effetto pavloviano delle impressioni contradditorie, che portano all’inibizione perché diventa impossibile la risposta simultanea a stimoli eccessivamente numerosi[6]. Per la loro struttura definitiva (leggi: compiuta), le narrazioni sono prove generali della morte. Ma INLAND, negandosi come storia, diventa un’ipotesi di salvezza, di vita… perché, nell’impossibilità di deciderci per un unico significato, ci ha già attratto con la sua ricchezza. Nel flusso incessante del pensare del film, ci sono boulevards principali e molti secondari, e tentativi e inizi di secondari via via troncati e respinti. Passaggi dominanti e altri sacrificati.
Le conseguenze di un incontro coinvolgente: storie di boxe, rimorsi, sensi di colpa, chiesa e suicidio. E passione. Tanta passione.
La coincidenza immediata che il piacere esige, abolisce ogni distanza fra soggetto e oggetto e non consente, conseguentemente, la riflessione. Secondo questo punto di vista il piacere non comporta alcun sapere e non introduce ad alcuna conoscenza, dato che risveglia un accordo, la connivenza fra le cose e il mio corpo, lo spessore carnale della mia presenza. In sintesi: solo il dolore mi fa crescere [1].
Million Dollar baby mi sembra si aggiri da queste parti. Il regista, col suo stile fluido, controllato e sottrattivo - in senso orizzontale, cioè lascia perdere alcune cose (es: che fine fa The Blue Berr, la pugile? C'è qualche azione legale nei suoi confronti? Il film persegue una stilizzazione, forse finalizzata all'enucleazione di qualche paradigma… tipo che il dolore complica la vita, la rende anche allo stesso tempo estenuamente semplice?) - ci viene a dire: "Un giorno, caro/a, il dolore ti chiamerà per nome. Tuttavia, sempre e comunque, il dolore ti dirà la parola (persona) che ti abbisogna." Mi fermo sul dolore perché il film parte da esso e arriva ad esso, tornando sullo stesso punto senza restare sullo stesso piano. Da anni il sangue del disorientato allenatore Frankie (Clint Eastwood) trascina veleno e rimorsi, nei confronti del rapporto interrotto con la figlia (cioè: sangue dello stesso sangue).
L'uomo - se intellettualmente onesto - non vive a lungo con una fede che lo costringe a mettere fra parentesi la propria ragione e la propria irrinunciabile voglia di capire. Per questo il nostro protagonista frequenta quotidianamente la chiesa, anche se essa non l'aiuta a farsi una ragione dei dogmi. Forse perché i dolori cron(onolog)ici portano ad una particolare forma di ibridazione "interiore", basata sulla coesistenza contemporanea di soggettività e oggettività distorte, da intendersi come una sorta di "visione del mondo" che frantuma l'interiorità del soggetto innescando patologie psicosomatiche (il rimorso, in quanto accusa contro se stessi relegata in un tempo non recuperabile, non riesce mai a risolversi in un soggetto solipsisticamente considerato. Infatti, le potenziali terapie s'innervano sempre sul dialogo, su un rapporto interpersonale). D'altronde è il rischio della conoscenza: il dolore è l'occasione per trovare nuovi confini, nuove strategie di vita. Il rovescio sta in una fossilizzazione nel medesimo, che vanifica il valore euristico dell'esperienza-dolore: l'incessante, e inesauribile, e intollerabile accusa verso se stessi è il peggior ripiegamento su se stessi. Il problema è che i dogmi, nella loro astrazione, sono grossolani, mentre la vita è sottile:
Per questo Frankie rischia un'esistenza schizofrenica, ma ne è preservato grazie all'ironia (il discorso con il sacerdote riguardo alla Trinità-sandwich al burro e marmellata), che non vuole essere una provocazione (e così infatti la legge il prete), ma un tentar-voler legare la dimensione del sacro (il dogma) alla vita quotidiana-concreta (dato che il dolore, per quanto si possa ritualizzare ed esorcizzare, appartiene a questo territorio). Il fatto poi che Frankie legga Yeats non credo sia un caso: la poesia, usando le possibilità cha ha il linguaggio di modificare la naturale effabilità dei segni visivi e dei sintomi, è l'alterazione per antonomasia dei significati. Il metavocabolario offerto dalla poesia può essere letto come un parallelismo: il metadogma che Frankie dovrà raggiungere.

A questo punto emerge (visivamente: guardate come esce dal buio) Maggie (Hilary Swank) che riesce a coinvolgere Frankie: il coinvolgimento è anche sinonimo di rischi. Frankie si dovrà decidere di farle fare il salto di categoria, dovrà rischiare di volerle bene come una figlia. E lo farà. Poi la tragedia. Proprio qua l'ultimissimo cinema di Eastwood è martellante nel tenere il discorso sulla sofferenza: sembra che fino ad allora, il dolore era ai margini della storia, l'ironia e le battute dei personaggi lo avevano tenuto a bada. Adesso è esploso nello stesso corpo che era una macchina da guerra. Adesso è enfatizzato (l'amputazione è crudele, un'enfatizzazione incomprensibile, una beffa). Maggie lo prega di darle il suicidio: ora è lei che incita, è lei che lo sta allenando… perché sul ring adesso c'è Frankie. Che deve dare la morte a se stesso, perché sulla schiena di Maggie c'è scritto: "Mio sangue". La cosa forse più importante che il cineasta ci dice: l'eutanasia, il suicidio… sono dimensioni che parlano di sangue e che non si possono generalizzare, sono incomunicabili, perché si muovono sopra le aree deserte dell'anima in cui non bastano più le spiegazioni e in cui uno impara che lì, solo l'esperienza conta. E in questo spazio un allenatore impara che uno non può veramente conoscere la speranza (lo stato d'animo diametralmente opposto al rimorso) finché non ha sperimentato che la speranza è come la disperazione (cosa che il linguaggio del cristianesimo, per altro, ha detto per secoli in termini meno crudi).
Eastwood, ancora più che in MysticRiver, manipola in tutti i sensi uno dei massimi problemi del nostro tempo con l'intraprendente disinvoltura di chi non si sente in cattedra, né si vergogna delle proprie soluzioni. Un cinema agonistico e al tempo stesso lirico come solo ai grandi maestri riesce, e dove si osa ancora parlare - e con successo! - di amore e destino, libertà e morte.
A Hilary Swank, davvero immensa in questo film (più ancora di BoysDon'tCry!), mi verrebbe da dirle: "Ti amo, ragazza, perché sei ribelle. E nel grido dei ribelli vi è già la scintilla della preghiera".
Note
[1] Una visione radicalmente opposta la si può trovare nel film Inseparabili (Dead Ringers, Canada 1988) di D. Cronemberg: il dolore è qui concepito come non-necessario, in quanto provocherebbe solo distorsioni del carattere. E non penso sia un caso che l'unica soluzione per astenersi dalla sofferenza si giochi (drammaticamente) in una anestetizzazione della medesima: la (laica) butazamina. "Drammaticamente", sottolineo, forse perché il dolore reclama sempre l'agnizione.
Un killer per cinque vittime. Una tassista, pignolo e sognatore, coinvolto suo malgrado.
Los Angeles, il grande cancro fumoso, la grande città rarefatta, sullo sfondo di un cielo quasi arancio che la rende diafana e muta. Inquadrature che si susseguono per luoghi urbani sconfinati, dove ad un certo punto si crede che la città finisce, e dove invece ricomincia, nemica, ricomincia per migliaia di volte.
C'è una componente ormai tipica del regista (peraltro inavvertibile dallo spettatore italiano) nel dislocare precisamente i locali, le strade, superstrade sul quale transitano i suoi personaggi (guardate il film e ascoltate quante volte si nominano i luoghi)… che forse propende non solo per una morbosa verosimiglianza di ogni elemento filmico, ma anche si metaforizza come sostrato-sostanza del destino come già tracciato verso una meta che non aspetta altro che essere raggiunta. C'è come una sorta di determinismo che pesa su entrambi i protagonisti: è Max-tassista che richiama Vincent-cliente, e gli dice di essere libero. E, più tardi, sarà Vince a ribadire a Max: "Consolati, sappi che non hai mai avuto scelta". È proprio (stato) così? Nell'oscurità, le parole pesano il doppio…
Dalla prima all'ultima scena, Mann ci dice che i giorni vengono distinti fra loro, ma la notte ha un unico valore. In modo assoluto.
Veramente, come direbbe J. Rivette, ogni inquadratura di questo film possiede la bellezza efficace di una nuca o di una caviglia. Ma la sola "efficacia" non basta… a riempire una vita: Vincent e Max sono entrambi notevoli sotto l'aspetto qualitativo del proprio operato (il primo è una macchina di morte perfetta, il secondo ha il taxi più pulito di tutta Los Angeles è può permettersi di scommettere sul tempo riguardo i tragitti dei propri clienti). Ma solo Max sogna… e infatti se ne rende conto quasi verso il finale, prima di deragliare (volutamente) con l'automobile: lì si accorge che Vincent non è che uno sfigato, perché per Max non esiste nulla di più misero di quando una persona non sa come sia il suo rapporto con gli altri. Ci sono certi dialoghi fra i due in cui, sottilmente, pare che Vincent tenti di vendergli alcune sue mercanzie psicologiche come la morte prematura della madre, la rottura affettiva con il padre. E più i due parlano, più Max si accorge della (vacua) consistenza ontologica della visione del mondo da parte di Vincent. E infatti noi spettatori ci chiediamo: "Ma che razza di rapporti ha Vince? Come è impostata la grammatica della sua comunicazione?". Se da questo punto di vista Vincent è carente, da un altro ci appare un uomo straordinario: non dà mai tregua. A niente e nessuno, perché ha scelto la forza (guardate come si fa strada in discoteca), la lotta come criterio esistenziale.
Un film è visivamente perfetto. E la perfezione… è un forte messaggio.
Segreti e Bugie
M. Leight, Gb/Francia 1996
Una ragazza nera scopre che la sua vera madre è bianca. Indaga, la trova. E con lei il suo mondo.
Il film si prefigge di indagare uno degli enigmi più profondi e seri della nostra vita: il problema della vera origine del conflitto fra gli uomini. Semplicemente: la gente non può vivere da sola, ma è anche incapace di vivere insieme. Siamo del parere che parlare del dolore, oggi, non sia una cosa facile: il dolore si rinnova sempre ed ognuno dà del "tu" solo alla propria pena.
Coadiuvato da una compagnia di attori in perfetta forma, Leight è riuscito a girare una pellicola intensa senza scadere nel sentimentalismo e senza rinunciare al controllo dello stile. Ne è risultato un film che ci ha fatto molto pensare.
A noi la persona che ha più colpito, nella matassa delle relazioni che s'accavallano, è la figura di Maurice (T. Spall): il suo modo di affrontare la vita, la sua calma, la sua pancia, la sua estraneità all'odio ne fanno il prototipo ideale d'uomo (non sarebbe uno zio/padre perfetto?). Nel monologo finale è come se ci dicesse, tra le righe, che ognuno si porta dentro di sé la cosa più importante per anni… prima di osare dirla in modo articolato. Maurice, semplicemente, ci dice che è stupido non vivere le cose che ci rendono felici.
Un film di dialoghi, di personaggi che si violentano con le parole, che si fanno male. Ma certe volte queste parole bisogna perdonarle, perchè sono uno sfogo per l'anima… sennò il dolore sarebbe troppo pesante per la gente. Tutto il film sembra preparato per l'atto finale: l'agnizione dei parenti di Cynthia riguardo Hortense, il rifiuto di accettarla. È proprio in questo punto che Maurice manifesta tutta la propria sensibilità: "Segreti e bugie. Abbiamo tutti un dolore, perché non lo possiamo condividere?". Si autorisponde Maurice, proprio con la sua com-passione - nel vero senso etimologico - che non sa mantenere le distanze, secondo noi espressione morbosamente esagerata per l'istintiva comprensione della dignità che è in ognuno di noi e definisce ogni viso umano. Forse allora la nostra autentica missione in questo mondo in cui siamo stati posti, non può essere in alcun caso quella di voltare le spalle agli esseri che incontriamo e che attirano il nostro cuore: al contrario, è proprio quella di entrare in contatto, attraverso un legame che non dimentica mai le sofferenze nascoste dell'altro, con ciò che in essi si manifesta come bellezza, benessere, godimento.
Un film struggente, in quanto mostra personaggi assolutamente inadeguati a comprendere i (propri e, di riflesso, gli altrui) legami emotivi.
Una curiosità: l'edizione DVD-LA CINETECA REPUBBLICA del film porta in copertina un erro re: gli assegna la Palma d'Oro al Festival di Cannes 2003 (invece del 1996).